«Restiamo o torniamo per salvare la Provincia»
di Daria VolpePer decenni ci hanno detto che il futuro era altrove. Che bisognava andarsene: in città, in un altro Paese, ovunque ci fossero lavoro, cultura, opportunità. Così, dalle aree interne, dal Sud, dai piccoli paesi di collina e montagna, sono partiti in milioni. Negli ultimi settant’anni questi territori hanno perso quasi metà della popolazione. Secondo Istat, entro il 2030 l’82% dei comuni delle aree interne sarà in declino demografico, con punte del 92% al Sud.
Eppure oggi qualcosa si sta muovendo. C’è chi torna. Sebbene, infatti, il saldo tra chi parte da Sud e aree interne e chi vi rientra sia ancora negativo, è evidente che negli ultimi anni si sia formato un naturale movimento di resistenza, costituito da persone che, stanche dei modelli ipercapitalisti delle grandi città, decidono di spostarsi o tornare alla semplicità dei luoghi di origine – paesi, province, piccole città – e abbracciare stili di vita minimalisti, dove i costi sono più contenuti e il lavoro è considerato per quello che è: un mezzo per la sopravvivenza.
Alcuni la chiamano “restanza”, poiché abitare quei territori – spesso privi di trasporti, opportunità di lavoro, servizi – è quasi un atto di resistenza. Ma al contrario, è forte il senso di appartenenza, c’è più tempo da dedicare a se stessi e agli altri, e questo per molti vale più di una carriera in città.
Una delle espressioni più recenti (e in crescita) di questa tendenza è il festival, evento artistico e culturale, nato proprio a partire dall’idea di comunità di giovani rientrati o rimasti, desiderosi di costruire reti culturali e sociali alternative, di certo autentiche.
Secondo TrovaFestival, l’Italia conta oltre 1.300 festival culturali censiti di ogni dimensione, un numero quadruplicato rispetto agli anni Novanta. Non tutti sono “dal basso”, ma la maggior parte nascono proprio da iniziative comunitarie, autogestite e sostenute da fondi locali o europei.
Rassegne musicali o di dibattito, che trasformano piazze vuote in spazi vivi, dove si balla, si ascolta, si discute di diritti, ambiente, femminismi, lavoro, futuro. La vera rivoluzione però è che spesso, dietro questi eventi ci sono realtà associative che presidiano i territori tutto l’anno.
Mezza Aps, ad esempio, è un’associazione di promozione sociale nata a Mazara del Vallo, in Sicilia, dopo il lockdown, proprio per «ricostruire legami culturali e umani, in un momento in cui sempre più persone scelgono di lasciare le grandi città per luoghi più a misura d’uomo». Durante l’anno, Mezza APS anima il CIVIC, un ex carcere e convento rigenerato come civic center, con mercatini, workshop, mostre, proiezioni e dibattiti. Alcune attività sono diventate format stabili, come la Game Night, serata dedicata ai giochi da tavolo e di ruolo, o il Mazarisate Comedy Lab, primo laboratorio di stand-up in provincia.
Proprio in questo contesto, fra brainstorming e workshop, è nato Mezzo Festival, la due giorni – 25 e 26 luglio – di musica urban e contemporanea, che mette in dialogo l’isola con ciò che la circonda, il Mediterraneo. Il messaggio è chiaro: «il Sud Italia può essere molto più che una semplice periferia».
DEDA, l’associazione che organizza il Festival del Lamento e che ha sede a Soveria Mannelli, un paese montano dell'entroterra calabrese, in provincia di Catanzaro, ha la stessa missione. Oltre all'edizione principale del festival, che si tiene dall’1 al 4 agosto, l’associazione organizza 3 spin-off stagionali, «al fine di destagionalizzare l'offerta culturale che altrimenti rimarrebbe confinata solo ad agosto». «Abbiamo dai venti ai quarant’anni, alle spalle studi ed esperienze diverse e siamo animati dalla convinzione che, prima o poi, con la cultura ci mangeremo», dice Gaetano, uno degli organizzatori, a VD. «Perché i nostri luoghi abbiano un futuro è fondamentale guardare il mondo da qui, ovvero dalla provincia, non il contrario».