Secondo la Corte di Cassazione si possono perseguire legalmente le grandi aziende per i danni climatici derivanti dalle loro attività. Il caso nasce da una causa civile avviata nel 2023 da Greenpeace, ReCommon e 12 cittadini presso il Tribunale di Roma contro Eni, ma anche Cassa Depositi e Prestiti e ministero dell'Economia e delle Finanze, per metterli davanti alle loro responsabilità legate alla crisi climatica. Per l’accusa Eni di non adotterebbe politiche sufficienti per ridurre le proprie emissioni di CO2 e chiedono che l’azienda riveda il suo piano industriale.

Inoltre i giudici hanno detto che «ormai vi è certezza in ordine all'esistenza di un cambiamento climatico di origine antropica, che rappresenta una grave minaccia per il godimento dei diritti umani e richiede l'adozione di misure urgenti che coinvolgono sia il settore pubblico che quello privato, al fine di limitare l'aumento della temperatura a 1,5° C», ricordando infine l'Accordo di Parigi e l'obbligo «d'intraprendere rapide riduzioni in linea con le migliori conoscenze scientifiche e della progressività della riduzione della produzione di gas climalteranti».

Intanto, Eni respinge le accuse, sostenendo di aver già avviato un piano di decarbonizzazione coerente con gli obiettivi climatici internazionali. L’azienda ha inoltre intentato una causa per diffamazione contro Greenpeace e ReCommon. Se si è arrivati a questa sentenza, è grazie anche a un precedente creato dalle "Anziane per il clima", un gruppo di oltre duemila attiviste svizzere di età media 75 anni che aveva denunciato il proprio paese per inazione contro la crisi climatica, ottenendo il consenso da parte della Corte Europea dei diritti dell'uomo.

La sentenza italiana si inserisce in un contesto europeo più ampio, dove tribunali di Paesi come Paesi Bassi, Germania e Francia hanno già emesso decisioni analoghe, stabilendo la responsabilità climatica di grandi gruppi industriali e imponendo misure vincolanti di riduzione delle emissioni.