Prima di essere il presidente dell’associazione Puliamoilmarebrindisi, Alessandro Barba era “solo” una di quelle persone talmente innamorate della propria città da tenerla pulita anche a costo di raccogliere la spazzatura degli altri. Sette anni fa gli è capitato di partecipare a un evento di pulizia nel Villaggio Acque Chiare e si è subito domandato: perché non farlo con costanza? Ha aperto allora una pagina Facebook e ha dato appuntamento ai volontari per il 27 gennaio 2019, al parco di Punta del Serrone: si sono presentate quasi cento persone, che hanno riempito circa 200 sacchi di rifiuti di vario tipo. E allora si sono ridati appuntamento per la domenica successiva, in un’altra spiaggia.

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Ma come si organizza un evento del genere?

Innanzitutto bisogna farsi dare il permesso: da qualche tempo abbiamo iniziato a fare squadra con Legambiente, Plastic Free o il Gruppo WWF, che organizzano regolarmente eventi di pulizia… Loro intervengono molto in sicurezza, noi siamo un po’ più “indigeni”, andiamo a pulire punti del litorale che sono veramente abbandonati, ci buttiamo anche con la consapevolezza del rischio. Se volessimo andare alla Boa Gialla di Torre Guaceto, per esempio, che è tutta falesia a strapiombo, non ci darebbero mai l’autorizzazione per il pericolo di crolli.

 

All’inizio eravate in 16, dopo sei anni quanti siete?

Ora l’associazione conta 10 soci, poi quando lanciamo l’evento arriviamo a essere anche 200. Nel 2021, insieme ai volontari e alle volontarie di Greenpeace, abbiamo pulito l’Isola di Sant’Andrea: sono arrivati 4 pullman con a bordo 50 persone l’uno, abbiamo raccolto 8 o 9 tonnellate di rifiuti.

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La cosa più assurda che avete trovato?

Una volta un bambino trovò una pistola, nascosta sotto la sabbia probabilmente da tanti anni, che poi abbiamo subito consegnato ai carabinieri. Poi abbiamo trovato sedili delle automobili, frigoriferi interi, persino un vibratore… Ormai è nato un rapporto d’amicizia anche con le ditte che vengono a ritirare la spazzatura alla fine dei nostri eventi. Alcuni materiali non sono smaltibili e va fatta una richiesta a parte – per esempio le boe, le guaine che si mettono sulle terrazze… Collaboriamo anche con Enzo Suma e Archeoplastica: se troviamo un flacone di shampoo degli anni Ottanta, glielo diamo. Anche perché la maggior parte della plastica è deteriorata e non può essere riciclata.

 

Ma perché tornate sulle spiagge che avete già pulito?

Noi potremmo raccogliere plastica sempre, a vita, finché non viene fatto qualcosa a monte: in primis dai cittadini, che devono cambiare mentalità, perché non si butta un frigorifero in mezzo alla campagna né in un canale. Ecco, se non si fa una pulizia dei canali, alle prime piogge forti tutta quell’immondizia finirà dentro al mare. Addirittura, fino agli anni Ottanta, le navi da crociera prima di attraccare scaricavano in mare una parte dei rifiuti che avevano prodotto, in modo da dichiararne meno all’arrivo e pagare meno tasse. Conoscendo il litorale e le correnti brindisine, sappiamo dove tornare.

 

Cosa c’entrano le correnti?

Una parte dei rifiuti spiaggiati arriva dal mare, è la spazzatura della Turchia, dell’ex Jugoslavia… Certo, un’altra parte viene prodotta in loco: non ti dico quello che lasciano i ragazzi e le ragazze dopo Ferragosto. Ma le spiagge sono frequentate tutto l’anno: per questo abbiamo iniziato a collaborare con alcuni lidi: abbiamo appeso dei cartelli all’ingresso e abbiamo messo a disposizione dei sacchetti in cui raccogliere la spazzatura: se quando vai via lo riconsegni pieno, ti vengono rimborsati i soldi del parcheggio, o ti viene offerto il caffè al bar. La gente in qualche modo va anche invogliata.

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