Solo qualche mese fa, l’ex presidente della Regione Liguria Giovanni Toti aveva commentato l’alluvione che aveva colpito Valencia, in Spagna, sostenendo la necessità di cementificare di più il nostro territorio. «Certo ambientalismo ci danneggia», aveva detto. Eppure è risaputo che la cementificazione non può che rendere peggiori gli eventi - sempre meno eccezionali - dovuti anche ai cambiamenti innescati dalla crisi climatica.

 

Il ministro per la protezione civile Nello Musumeci ha addirittura dichiarato che lo Stato non può più farsi carico di tutti i danni causati dalle calamità naturali, sostenendo che sia necessario un «cambio culturale» e un’assunzione di responsabilità anche da parte dei cittadini. Come se i fiumi fossero stati deviati da incauti cittadini e non dalle stesse istituzioni, così come il consumo suolo non dipenda anche da condoni emessi dai sindaci e deroghe previste dalla legge. C’è però chi ha pensato a come ridare dignità a chi ha perso tutto: a luglio 2024 la ministra del Turismo Daniela Santanchè aveva proposto viaggi di andata e ritorno in elicottero per i turisti che desideravano visitare Cogne, isolata dopo l’ultima alluvione.

 

Nel frattempo, anche se forse li abbiamo ancora notati, cominciano a essere migliaia gli italiani in fuga dagli eventi meteorologici estremi dovuti alla crisi climatica, tanto che nella sua inchiesta “Migrare in casa”, la giornalista Virginia Della Sala si chiede «dove sposteremo l’Italia?», «chi pagherà i danni e quando?». In Toscana l’alluvione del 2023 avrebbe dovuto insegnare qualcosa di più che uno scarico di responsabilità sui cittadini. E invece, dopo neanche due anni mi ritrovo affacciata alla finestra sperando che il fiume non spazzi via anche me a questo turno.